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"Virgilio
Mago"
di
Paolo Izzo
Strabone
ci parla di una Partenope fondata dagli Euboi sulle coste di Cipro,
poi della loro colonizzazione a Cuma;
Plutarco,
dal canto suo, ci dice come Lucullo – separando il Castrum
lucullianum dalla terra ferma – avesse tagliato in due il
Monte Echia e come l’operazione, costatagli più della stessa
villa, gli avesse procurato il soprannome di Serse
togato, per via che quello in modo simile aveva scavato il Monte
Athos.
E
poi Livio, Plinio il giovane, tutti alternamente hanno parlato di
Partenope o di Virgilio. Le mura di Pompei ancora oggi conservano
– cristallizzate dalla cenere del 79 d.C. - versi delle opere del
Vate, testualmente riportate o addirittura parafrasate, a
testimonianza della popolarità che il suo autore poteva vantare già
dal primo secolo della nostra era. Roberto De Simone ci introduce
nei salotti-bene del periodo, alla presenza addirittura di Statilia
Messalina, notando come il nome di Virgilio fosse al centro delle
conversazioni, se non addirittura dotte, almeno alla moda, allo
stesso modo in cui, in un analogo consesso di oggi, si citerebbero
Freud o Sartre o Joice.
Il
prezioso testo di De Simone (pag.
18), ci testimonia l’inossidabilità dell’immagine
virgiliana in frangenti oscuri (il sopravanzare dell’interesse
verso l’Arte Retorica
rispetto quella Poetica)
che non risparmiarono personalità del calibro di Lucrezio, di
Orazio od Ovidio. E’ il periodo decadente del poeta Frontone. Ma
il mito di Virgilio, forse unico tra i suoi contemporanei, non
molla. Il merito di ciò è naturalmente da accreditarsi alla
versatilità del Nostro in entrambi i campi. Le sue opere furono
presto commentate dai grammatici per essere utilizzate a fini di
studio linguistico, e quindi ‘canonizzate'. E’ la messa in
pratica della stessa flessibilità e riconvertibilità occupazionale
della quale tanto si predica oggi. Naturalmente una tale personalità
non poteva essere snobbata dai detrattori, e così Virgilio – in
proporzione al suo genio – ne potette contare un largo stuolo. Si
trattava di letterati di non somma levatura, quali Erennio, Anneo
Cornuto, Quinto Ottavio Avito, Perellio Fausto ecc... Come
prevedibile quegli strali, lungi dal procurare problemi al loro
bersaglio, contribuirono soltanto a tener vivo e saldo l’interesse
attorno alla figura del Poeta-oratore.
Tutto
si è detto di Virgilio per oltre mille anni. Tutto ed il contrario
di tutto, eccezion fatta per quello che ci preme qui di indagare:
l’intimo rapporto che ancora oggi – e probabilmente suo malgrado
– lega la figura del Poeta con la città di Napoli.
Siamo
nell’anno del Signore 1160, quando tal Giovanni di Salisbury, a
seguito di un suo passaggio per la Capitale del Regno, annota una
curiosità ascoltata in loco: l’intervento di Virgilio Mago a
beneficio della città, la cui aria era divenuta insalubre a causa
della gran copia di mosche. Il cronista riporta come quel taumaturgo
avesse fatto forgiare una mosca di bronzo, sotto l’influsso di una
certa costellazione, e che ciò avesse fatto immediatamente
allontanare le mosche vere dalla città.
Non
passò molto tempo (siamo nel 1194) che Corrado di Querfurt,
cancelliere di Arrigo VII, scrisse di aver visto durante il proprio
soggiorno a Napoli una bottiglia di vetro dal collo stretto in cui
era contenuto un modello della città. L’epistola di cui parliamo,
è quella inviata dall’Autore ad un suo amico, il vecchio priore
del convento di Hildesheim (diocesi della quale il Querfurt sarebbe
successivamente divenuto vescovo).
Quindi
Gervasio di Tilbury, professore a Bologna e maresciallo del Regno di
Arles, nonché frequentatore della corte dell’imperatore Ottone IV,
che ne parla nei suoi Otia
imperialia risalenti al 1211, mentre Pietro da Eboli, poeta del
XII secolo, parlando del castello dell’Ovo non fa altro accenno
che alla forma dell’isolotto che l’accoglie.
Ed
ancora un professore dell’università di Parigi, Alessandro Neckam,
in un suo libro sulla Storia Naturale parla di una sanguisuga
d’oro fatta fondere da Virgilio per disinfestare dagli immondi
animali i pozzi della città di Napoli.
Anche
Cino da Pistoia, verso la fine del ‘200, accenna alle gesta
compiute da Virgilio a favore della città di Napoli. E ancora,
Antonio Pucci da Firenze (1310/1388) ed il Boccaccio.
Ci
spostiamo ora nel 1300 e rotti, precisamente poco dopo gli anni
’20 del secolo, alla corte di Re Roberto d’Angiò, il Saggio.
E’ in questo contesto che vede luce il primo organico compendio
del mito virgiliano a Napoli: la Cronaca
di Partenope - o meglio Croniche
de la inclita Cità de Napole -
di autore ignoto. Nell’edizione da lui curata, Antonio
Altamura individua ben quindici stesure manoscritte distribuite in
collezioni pubbliche e private di tutto il mondo (ve ne sono anche
tre copie a Parigi ed una a New York), oltre le tipografiche che
hanno la loro Editio princeps
in quella data alla luce tra il 1486 ed il 1490 a cura di Francesco
del Tuppo (già nel 1450 allievo del Pontano). Poi altre ne
seguirono: quella dell’Astrino nel 1526 e quella dell’editore
Porsile di Napoli datata 1680.
Ancora
l’argomento viene ripreso da Buonamonte Aliprando (XV sec.) nella
sua Cronaca Mantovana.
In
un interessante intervento, Maurilio Adriani riporta quanto
sostenuto dallo Heine nel suo Virgilii
Cordubensis philosophia (Leipzig 1848). Secondo quell’autore,
Virgilio non era altro che un filosofo arabo, che vide la sua
conoscenza nel mondo occidentale grazie a traduzioni latine dei suoi
scritti, divulgate appunto a Toledo a partire dal XIII secolo.
Questo Virgilio ‘arabo’, si sarebbe distinto per la sua capacità
di intendere in virtù di una scienza segreta, detta
‘Refulgentia’ (…) che sembra
essere qualcosa di non molto diverso dalla ‘Ars Notoria’.
Ora, come rileva l’Adriani, Toledo e Napoli sono accomunate ‘nella
fama di essere contrade adusate alle arti magiche’, citando a
tal proposito una terzina dalla ‘Bataille
des sept arts di Routeboeuf:
“De
Toulete vint et de Naples
“Qui
des batailles sont les chapes
“A
une nuit la Nigromance…
Il
fatto che le prime tracce della leggenda appaiano nel XII secolo non
può meravigliarci e trarci in inganno più della presunta matrice
araba del Mago Virgilio. Non dimentichiamo che il primo testo
prosastico in lingua volgare, la Disciplina
Clericalis, opera di Petrus Alfonsi (1062/1110), è per la
maggior parte del suo contenuto formata da parabole (quale quella
del Mezzo amico e dell’Amico intero) mutuate e tradotte dalla
tradizione araba, e che tradizioni locali (quale è indubbiamente
quella di cui stiamo parlando) – pur presenti nella tradizione
orale da epoche ben più risalenti - possono essere state registrate
in testi scritti solo in date successive a quella sia pur ipotetica
della volgarizzazione qui sopra ricordata.
L’analisi
si sposta ora sulla valenza simbolica tradizionalmente attribuita
dal popolo napoletano alla figura del Poeta, fino a stravolgerne
quella che è sempre stata la sua immagine ufficiale al di fuori
della Enclave partenopea.
Cominciamo
a riassumere ed enumerare (così come riportati nella Cronaca)
gli interventi che avrebbe effettuato il ‘Virgilio napoletano’ i
quali – si noti – vanno ad unico beneficio dei suoi temporanei
concittadini:
1)
costruzione delle fognature;
2)
convogliamento di tutte le acque sull’altura di san Pietro
a Cancellaria, al fine di alimentare le fontane della città;
3)
costruzione delle mura di cinta;
4)
costruzione della mosca d’oro (altrove riportata come
bronzea) al fine di sanare l’aria cittadina dalla piaga di quegli
insetti; (sotto particolari influssi astrali)
5)
costruzione della sanguisuga d’oro, al fine di sanare le
acque cittadine dall’infestazione di quegli animali. (Anche qui
l’operazione è compiuta in presenza di particolari influssi
astrali);
6)
fusione di un cavallo in metallo, alla cui vista i cavalli
‘in carne ed ossa’ guariscono da qualsiasi affezione. (La statua
sarebbe stata distrutta dai ‘veterinari’ dell’epoca, rimasti
praticamente senza lavoro, e quel metallo sarebbe stato fuso nel
1323 per costruire le campane della
‘magiore ecclesia di Napoli’);
7)
Costruzione di una cicala di rame perché, mancando ormai
poco ad una vivibilità perfetta della città, il Nostro si sentì
in dovere di procurare anche del salutare silenzio che accompagnasse
il riposo dei propri fortunati concittadini;
8)
Contromisure (negromantiche) tese ad una più lunga
conservazione delle carni alimentari, sia salate che fresche, che in
questo modo a Napoli fu possibile conservare fino al loro utilizzo;
9)
Poiché il Favonio spirava violento inaridendo la terra ed i
frutti sui rami degli alberi, Virgilio avrebbe creato un simulacro
umano in bronzo il quale, soffiando in una tromba in senso contrario
a quel vento, era in grado di ricacciarlo indietro procurando così
una immobilità d’aria estremamente benefica per tutte le colture
cittadine;
10)
Perché i napoletani, possedendo tutto il resto non avessero
a soffrire in salute, Virgilio piantò sul Monte Vergine un orto di
erbe magiche e medicamentose. Un testo duecentesco conservato presso
la biblioteca del Santuario, ed opera di chierici del tempo, attesta
la reale esistenza – constatata de
visu da alcuni confratelli – ed il carattere diabolico
dell’orto, dando così la stura alla lotta clericale contro la
valenza pagana del ‘santo protettore’ Virgilio. Sullo stretto
legame tra questo monte e la figura del Vate rinvio alle
considerazioni qui effettuate rispetto al rapporto Vergine-Parthenias.
Basti pensare che il nome originario dell’altura era “Monte di
Virgilio”.
11)
Costruì un pesce di pietra e lo gettò in mare in località
‘Preta de lo Pesce’.
Da allora in quel posto chiunque avesse gettato le reti le avrebbe
ritirate piene di prede;
12)
Fece posizionare da un lato e dall’altro della attuale
Porta Nolana, due teste di marmo da lui appositamente commissionate:
l’una ritraeva un volto di uomo allegro, mentre l’altra un volto
di donna triste. Chi passava lì sotto, guardando casualmente in
alto poteva trarre auspici positivi o negativi per gli affari che
avrebbe svolto all’interno della città;
13)
Quanto allo svago dei concittadini, disciplinò uno dei
passatempi più cruenti dei napoletani, costituito dalle lotte
tenute presso la ‘Carbonara’ le quali, nonostante il loro
carattere ludico portavano immancabilmente ad evoluzioni letali. Ciò
fu possibile con l’introduzione di elmi e corazze;
14)
Eliminò serpenti e vermi dal territorio napoletano,
ordinando la costruzione di una strada lastricata di pietre nella
quale inserì un suo particolare sigillo. Tale strada, secondo la Cronica,
fu costruita nei pressi della antica porta Nolana, ‘la
quale mo’ se chiama di Forcella’, poiché sorgeva nel punto
preciso dove la strada si biforcava creando la ben nota Y. Da notare
come nella Y, 1 braccio si divide in altri 2 per un
totale di 3 a cui va aggiunto il punto centrale di
intersezione per un totale di 4 componenti. Abbiamo qui la
Tetraktys pitagorica, che si estrinseca nella valenza divina del 10.
E’, nella visione mitologica classica, il dio Apollo che suona la
lira attorniato dalle nove Muse.
15)
Inoltre il protettore dei suoi concittadini, valutato il
malcostume della classe medica del tempo di pretendere senza pietà
salate parcelle anche dai più bisognosi, ordinò la costruzione di
bagni termali nei territori di Baia e Pozzuoli, facendo apporre su
ciascuna delle vasche l’indicazione dei malanni ai quali quella
era destinata a porre rimedio. La classe medica del tempo era
rappresentata dalla scuola medica salernitana i cui rappresentanti,
vistisi danneggiati dalla filantropica iniziativa di Virgilio,
cancellarono tutte le indicazioni, rendendo inutilizzabili le terme
senza le preventive prescrizioni mediche. Tanto ardire fu punito da
dio: durante il ritorno via mare, i reprobi furono colti da una
terribile tempesta tra Capri e il promontorio di Minerva (la Punta
della Campanella). Morirono tutti tranne uno, affinché potesse di
persona testimoniare l’ira divina per l’azione antipopolare
commessa in danno dei napoletani;
16)
A più agevole utilizzo dei bagni di Baia, ed in genere per
facilitare la vita a coloro che si dovessero recare da Napoli a
Pozzuoli (i quali avevano fatiche
e tedii per li arbusti di un monte durissimo), aprì in una sola
notte, con l’utilizzo della magia, una grotta che congiunse la
Napoli propriamente detta con il litorale del versante di Pozzuoli
(sembra che per tale opera il Nostro avesse potuto contare sulla
fattiva collaborazione di ben duemila demoni). La funzione di tale
grotta (g. di Posillipo), fu successivamente integrata con l’escavo
di altre due: quella di Seiano, che perfora il promontorio di
Coroglio dalla Gaiola alla attuale Bagnoli, costruita
dall’architetto Cocceio Nerva nel 37 d.C., e quella di Pozzuoli
(scavata ad unire Pozzuoli con Baia), che si trovava immediatamente
a ridosso dei Bagni di Baia. Anche se qualcuno ha ritenuto quest’ultima
grotta sovrapponibile alla prima, quella del sepolcro, si tratta in
realtà di una grotta perfettamente autonoma ed individuata.
L’uscita di tale grotta, anch’essa attribuita all’architetto
Cocceio da cui prende il nome, è tuttora visibile sul versante di
Baia, e precisamente sulle sponde del lago d’Averno. Essa
comunicava il detto lago con il lido di Cuma e fu voluta per scopi
militari da Agrippa, al tempo delle lotte tra Ottaviano e Sesto
Pompeo. La grotta (Crypta
Romana), utilizzata durante l’ultimo conflitto mondiale come
deposito di munizioni, saltò parzialmente in aria nell’immediato
dopoguerra quando pescatori di frodo vi si approvvigionavano per le
loro necessità. (v. A.
Maiuri, cit., pg. 49 segg.).
Quanto
alla prima grotta, quella di Posillipo, Virgilio ebbe cura che lo
scavo seguisse il corso degli astri, in modo che la luce penetrasse
di mattina uno dei lati di essa fino alla metà, ed il pomeriggio
l’altra (la grotta fu sicuramente deputata ad officiare culti
solari, come evidenziato dal ritrovamento
della stele Mitraica nel suo giusto mezzo). Poiché
nonostante tutto la luce all’interno del traforo scarseggiava al
punto che i viandanti temevano imboscate se vi si fossero
avventurati, Virgilio ‘fo
la detta grotta cavata e di tale grazia dotata che in niuno tempo,
non di guerra e non di pace, fo fatto mai atto disonesto, né per
omicidio, né per robaria, né per sforzamento di femene, senza
timore né di suspizione a quelli che ce passano e non se nce po’
ordinare imbuscamento; (1)
All’apertura
della grotta, verso Napoli, Virgilio acquistò un terreno digradante
verso la attuale spiaggia di Mergellina, con una vista che doveva
essere ben più accattivante di quella che si gode oggi. Su tale
terreno, già appartenuto a Cicerone e che poi sarebbe stato
acquistato da Silio Italico, Virgilio fece costruire il proprio
sepolcro in forma di un parallelepipedo sormontato da un tronco di
cono. Nei pressi del mausoleo, nel XVI sec., fu
apposta l’epigrafe composta dallo stesso poeta: Mantua
me genuit, Calabri rapuere, Tenet nunc Parthenope. Cecini Pasqua,
Rura, Duces. A sugello di tutto ciò, avvertì che fin quando le
sue ossa fossero rimaste all’interno
del monte, la città di Napoli non avrebbe avuto da temere per
la sua incolumità.
E’
singolare ma non strano – vista la centralità europea della
Napoli preunitaria - notare come l’evento riguardante la grotta
abbia immediatamente tracimato gli angusti limiti cittadini. Gabriel
Naudé, nella seconda metà del ‘600, nella sua Apologia
per tutti i grandi personaggi falsamente sospettati di magia
pubblicata a Parigi ( da La
Haye 1653, pgg. 127/128 e Jaques Cotin, 1669, pg. 457) ricorda
come Virgilio fosse stato indotto ad aprire un varco nelle viscere
del monte dietro le ripetute richieste dell’Imperatore Augusto, a
causa della gran copia di ‘serpens
& dragons’ che infestavano il posto (cfr. Jean Michel
Gardair, L’immagine di
Della Porta in Francia, in ‘G.B.
Della Porta nell’Europa del suo tempo’. Istituto Suor Orsola
Benincasa – Guida, Napoli 1986. In tal senso anche La
Mothe Le Vayer).
17)
Ecco infine la leggenda di Castel dell’Ovo: Virgilio
avrebbe raccolto il primo uovo deposto da una gallina (probabile
riferimento ad uno stato di verginità dell’animale) e, dopo
averlo consacrato con le sue arti magiche, lo infilò in una caraffa
la cui apertura era più stretta dell’uovo stesso. Infilò quindi
la caraffa con l’uovo in una gabbia metallica finemente lavorata e
fece sospendere il tutto ad una trave di quercia (cerqua)
posta in un recesso del castello. Legò infine le sorti del castello
a quelle dell’uovo, da cui il nome.
Manca
nella Cronaca
l’episodio riferito da Corrado di Querfurt, ma trovo credibile una
manipolazione popolare della tradizione orale, ed una conseguente
sostituzione del modello di città all’uovo in quella versione del
Ministeriale, o forse viceversa. Manca anche la grande statua di
bronzo che Virgilio avrebbe fatto erigere contro il Vesuvio. La
statua rappresentava un arciere.
L’arco teso e lo strale indirizzato al Vesuvio. Si narra
che un giorno un contadino, impietosito dalla lunga immobilità
della statua, fece scoccare la freccia, la quale colpì il bordo del
cratere. L’incantesimo fu spezzato ed il Vesuvio reiniziò ad
eruttare fuoco. Ritroviamo invece l’aspetto divinatorio della
figura di Virgilio, nella menzione delle quattro teste di persone
defunte da lungo tempo, infisse nel terreno e rivolte ai quattro
punti cardinali affinché il Duca di Napoli, interrogandole, sapesse
in ogni momento ciò che accadeva in ogni angolo della terra.
Ma
come aveva fatto Virgilio ad acquisire la Conoscenza delle arti
magiche? La cronica risponde anche a questo: il Nostro si recò
presso la sepoltura di Chironte
filosofo, accompagnato da un suo discepolo chiamato Philomeno.
Tale sepoltura era posta nella città situata all’interno del
Monte Barbaro (nei pressi del Monte Nuovo a Pozzuoli). Giunto lì,
sfilò da sotto il capo del defunto – che altro non era che il
centauro Chirone, principe
dei pedagoghi – un libro che lo rese dottissimo
e ammaistrato in-de-la nigromanzia et in-de-le altre scienze.
Virgilio
morì, come riferisce la Cronaca,
nel XXV anno dell’Impero di Ottaviano Augusto mentre si trovava a
Brindisi, in viaggio, per un
colpo di sole ardentissimo. Il mito continua, anche in virtù
del fatto che la figura dell’Officiale
Virgilio mal si conciliava con la gestione cristiana della fede.
Riferisce Gervasio di Tilbury come ai tempi di Ruggiero il normanno,
un medico inglese si fosse recato dal Re chiedendogli un segno della
sua benevolenza, e come il Re gli avesse promesso quanto contenuto
nel sepolcro di Virgilio. Quando lo studioso si presentò alle
autorità napoletane con l’ordine regio, queste temettero che la
traslazione delle ossa potesse generare guai per la città,
conformemente alle previsioni dello stesso Virgilio. Fu allora
chiesto allo straniero cosa avesse voluto farne di quei resti tanto
preziosi per Napoli. Lo straniero, comprendendo, si dichiarò
soddisfatto di poter prelevare il solo libro posto sotto il cranio
di Virgilio.
Teniamo
ben presente che Ruggiero il normanno, era appena uscito da un
assedio alla città di Napoli durato inopinatamente per ben tredici
anni. Ora, sottrarre alla città un vero e proprio simulacro di fede
avrebbe comunque fatto scivolare i napoletani verso una idea di
ineluttabilità della sottomissione al volere del conquistatore.
Interessato a tale traslazione era indubbiamente anche il potere
ecclesiastico, al fine di smorzare quelle intemperanze pagane così
dure a morire nell’ambiente napoletano. Non è un caso,
probabilmente, se si narra che alcuni estratti del libro vennero
reperiti e messi alla prova nell’ambiente degli alti prelati
dell’epoca, quali il cardinale Giovanni da Napoli. Molti testi in
odore di zolfo, per simili vie, devono aver trovato albergo nelle
Biblioteche vaticane.
Le
ossa vennero in quel frangente rimosse dal loro originario sito,
infilate in un sacco di cuoio e spostate nel Castello dell’Ovo
dove furono messe al sicuro dietro una grata di ferro, visibili a
chiunque avesse voluto. Solo dopo vennero murate nella struttura del
castello in un luogo nascosto, per evitare ulteriori tentazioni di
sottrarre quelle reliquie a scapito della città.
Quanto
sia connaturata con la città la figura del poeta, lo possiamo
comprendere analizzando i miti legati alla fondazione di Napoli.
Come
prima notazione, in Donato – agiografo virgiliano del secondo
secolo – riscopriamo come il poeta, in virtù della sua esemplare
condotta di vita, avesse ricevuto l’appellativo do Parthenias
(vergine, come richiama lo stesso nome Virgilio). Torniamo ora alla
città ed alla sua fondazione. Secondo alcuni, la fondazione sarebbe
avvenuta ad opera di una mitica principessa vergine, figlia di un
eroe omerico (Eumelo di Fera), partita dall’isola di Euboa e
guidata sulle nostre coste da una colomba. Licofrone invece, e
Servio, ci tramandano la versione secondo la quale una delle tre
sirene che insidiarono Ulisse, cioè Partenope, dopo il fallimento
della trappola tesa all’eroe omerico si sia lasciata trasportare
dal mare sulle coste di Napoli e lì si sia lasciata morire. Ora, la
sirena è pienamente partecipe di una insita ambiguità. Inoltre,
poiché le sirene sono rappresentate anche come metà uccello e metà
donna, in entrambi i miti compare un volatile. Gli uccelli, lo
sappiamo, hanno sempre avuto un posto molto importante nella
divinazione. Lo stato verginale di cui prima parlavamo, è anche il
non raggiungimento della piena individuazione sessuale dell’essere
vivente, che è pertanto ancora partecipe dello stato androginico.
Ma andiamo oltre: al culto della divinità verginale, soprattutto
femminile e lunare, era affiancato il culto solare riconducibile a
Dioniso ed in seguito ad Apollo. L’Apollo napoletano, come ci
riferisce ancora De Simone, aveva delle connotazioni particolari:
era l’Apollo Ebone, con riferimento alla rada peluria che la sua
raffigurazione portava sul volto. Era pertanto una figura quasi
imberbe, ermafroditica. Era un chiaro riferimento al Sole nel
momento il cui dominio comincia a sopravanzare quello della Luna
(rappresentata dal culto di Partenope). Poiché in quella fase il
Sole sorge nella costellazione del Toro, il simbolo di Napoli è
stato, in periodo antico, un toro con testa umana barbata (androprosopico).
Normalmente, in tutti i templi dedicati alla divinità (il
principale tempio di Apollo sorgeva dove ora è il Duomo) si
svolgeva la funzione mantica, ad opera delle sibille, le quali,
guarda caso, tra le loro caratteristiche avevano quella della
verginità. Le vie ed i vicoli napoletani dedicati al sole od alla
luna, indicano luoghi un tempo preposti al culto verginale di
Partenope (luna) o a quello, altrettanto verginale ed androginico ma
con connotazione solare, di Apollo. Lo stesso quartiere dei
‘Vergini’ è evidente vestigio del culto del dio Eunosto il
quale - in epoca greca - richiedeva la verginità dei suoi adepti.
Virgilio, vergine, androgine ed anche possessore di facoltà
mantiche (gli episodi delle teste in pietra della porta nolana e
quello delle quattro teste umane di defunti ben lo attestano). Ciò
che ne risulta è una impressionante sovrapposizione tra le
attribuzioni delle divinità lunari e solari operanti a Napoli, e
quelle tradizionalmente attribuite all’Officiale
e santo protettore Virgilio dal popolo partenopeo. Ancora il De
Simone annota, in riferimento al Summonte (Historia
della città e regno di Napoli, 1748-1750), come i colori del
vessillo di Napoli (giallo e rosso), rappresentino rispettivamente
l’armonizzazione dei culti lunari e solari che hanno avuto corso
nella città fin dalle epoche più risalenti.
Fin
qui le opere e la sorte delle spoglie mortali dell’immortale
poeta. Il mito, però, ha (sempre per mano di Donato) costruito in
modo abbastanza minuzioso anche la vita di Virgilio, nato sotto il
consolato di Cneo Pompeo Magno e Licinio Crasso presso Mantova (pago
di Andes) e vissuto sotto l’impero di Ottaviano Augusto,
officiando a favore della città di Napoli mentre era Duca Marcello.
La leggenda della nascita si mescola ovviamente alla realtà. Figlio
di umili genitori, nacque attorno al 70 a.c. Il padre doveva essere
un ceramista o operaio al servizio di un certo Magio,
del quale sposò la figlia una volta entrato nella sua stima.
Migliorò la sua modesta posizione con l’acquisto fortunato di
boschi e con l’allevamento delle api. Nacque in un fossato mentre
i genitori si recavano al lavoro nei campi e da subito si capì di
che tempra era fatto il neonato: non pianse ma, anzi, ostentò una
irreale serenità. Inoltre uno sciame di api depositò
immediatamente del miele sulla sua bocca. Da allora si iniziano a
registrare avvenimenti portentosi: un rametto di pioppo piantato in
terra nei pressi del luogo della nascita, attecchì immediatamente
raggiungendo in brevissimo tempo l’altezza di altri pioppi ben più
anziani. Il luogo dove crebbe quest’Albero
di Virgilio divenne un sito oracolare e vi si recavano anche le
donne gravide per impetrare un buon parto, come le fanciulle per
ottenere la fertilità. Il poeta fu a Cremona fino all’età di
quindici anni, quando vestì la Toga
virile. Ciò avvenne lo stesso giorno della morte del poeta
Lucrezio (era, anche qui, il 15 di ottobre). Da Cremona si spostò a
Milano e poi a Roma. Era alto e malaticcio. Soffriva di stomaco, di
gola e di emicrania, era molto parco nel mangiare e prediligeva
l’amore coi fanciulli (due, in particolare: Cebete ed Alessandro).
Donato fa poi anche la radiografia del patrimonio del poeta:
Diecimilioni di sesterzi più una casa a Roma, Sull’Esquilino,
anche se preferisce soggiornare in Sicilia ed in Campania. Perde i
genitori (il padre era divenuto cieco) in età già avanzata.
Avvocato fallito (gli bastò sostenere una sola causa per capire che
aveva sbagliato mestiere), si dedicò prestissimo alla poesia.
Sorvoliamo la parte della vita che lo mantenne in contatto con i
potenti dell’epoca, ed arriviamo al momento della sua morte,
guarda caso il giorno 15 di ottobre, le idi (l’anno era il 19 a.C.).
Per questo il 15 ottobre divenne nella tradizione popolare la festa
dedicata a Virgilio. In quel giorno, ogni anno Silio Italico era
solito recarsi presso il sepolcro del Vate per rendere omaggio alle
sue spoglie. Dal momento della sua morte si accrebbe la
considerazione del Virgilio oracolare. I suoi libri si tennero
presso ogni tempio dell’Impero romano come libri sibillini, e nei
momenti di particolare difficoltà venivano consultati aprendone una
pagina a caso e leggendone alcuni versi. Tali consultazioni erano
dette Sortes virgilianae.
Roberto De Simone (cit.) rileva
come questa usanza si sia protratta, nonostante il cristianesimo e
clandestinamente, fino alle soglie del 18° secolo. Carlo I d’inghilterra
dovette rendersi conto della validità di tali consultazioni, quando
gli capitò di aprire l’Eneide sui versi della maledizione di
Didone ad Enea. Fu denunziato dalla Camera dei comuni all’Alta
corte di giustizia, destituito e condannato a morte (ibid.
pg. 59).
Abbiamo
visto come il sepolcro sorgesse nelle vicinanze della grotta sede di
riti orgiastici in epoca pagana. Bene, proprio in quel luogo è
sorto il santuario della Madonna di Piedigrotta, meta anche in epoca
cristiana di pellegrinaggi finalizzati ad ottenere la fertilità.
Inoltre i rami di lauro che nascevano spontanei sul sepolcro del
poeta (oggi non ve n’è più traccia), sono stati a suo tempo
oggetto di attenzioni che nell’immaginazione popolare hanno
assunto - da tempo immemorabile - connotazioni religiose.
L’Orazione
di Costantino contro il paganesimo, lungi dall’intaccare la figura
di Virgilio, ottenne piuttosto l’effetto di ‘cristianizzarla’,
dando il viatico ad un vero e proprio culto della figura del Poeta
come santo protettore della parte debole della popolazione
partenopea. Anche dopo la fine delle discriminazioni religiose
contro i cristiani, le opere del Nostro rimasero tra quelle
esemplari da studiare e tramandare. Riassumendo, la
‘cristianizzazione’ della figura di Virgilio è ben supportata
dal fatto che egli visse realmente a Napoli, dal fatto che la sua
presenza si è reiterata nel tempo attraverso la presenza del suo
sepolcro (vero o presunto), ed ancora dal fatto che queste vestigia
si trovassero vicine a punti deputati a celebrazione di culti pagani
(nella grotta si tramanda che fosse stato trovato un bassorilievo
raffigurante la tauromachia mitraica, e che fosse la sede dei
sacrifici legati al culto ctonio di Cibele ed Attis, dove i
sacerdoti giungevano alla autoevirazione rituale al fine di ottenere
‘l’eterna rinascita’). Virgilio divenne dunque la maschera
involontaria posta sulla coscienza che i napoletani avevano
conservato dei culti arcaici, e ciò almeno fino alla metà del 17°
secolo, per poi essere sostituita dalla facciata ortodossa del
cristianesimo (la festa napoletana di Santa Maria di Piedigrotta è
rimasta in vita fino alla metà degli anni ’60 dell’ormai
trascorso secolo).
E’
ormai tempo di chiudere. Solo vorrei riportare, citando ancora una
volta il De Simone, la teoria che attribuisce il nome attribuito al
Castello dell’Ovo, al grafico di riferimento virgiliano qui sotto
riportato, come alternativa alle varianti normalmente caldeggiate.
Alle due estremità nel senso della lunghezza, il Dies
natalis (solstizio d’inverno) ed il San Giovanni d’estate
(S.G. Battista, solstizio d’estate), mentre al posto degli
equinozi di primavera e d’autunno (21 marzo e 21 settembre, che
inseriti nel grafico lo avrebbero trasformato da ovale in
circonferenza), compaiono due date strettamente riferibili ai
residui del culto virgiliano: la festa di Piedigrotta e quella della
Madonna di Montevergine che un tempo fu, come abbiamo visto, il Mons
virgilianus.
Note:
(1)
Strabone ci informa
che la galleria fu scavata in realtà dall’architetto romano Lucio
Cocceio Aucto nel periodo che intercorre tra il 40 ed il 30 a.C.
Sembra che il primo utilizzo fosse strategico-militare per il rapido
spostamento di truppe nella zona flegrea. Della grotta, ampiamente
rimaneggiata nel corso dei millenni e sicuramente attiva fino al
1882 – data di inaugurazione della sottostante grotta nuova –
troviamo traccia nella 57° lettera a Lucilio. Lì Seneca, descrive
il luogo in questo modo: “Nihil
illo carcere longius, nihil illis facibus obscurius, quae nobis
praestant non ut per tenebras videamus, sed ut ipsas.”
‘Non
c’è antro più lungo di quello, né più oscuro chiarore di
fiaccole; essa infatti ci permette di non vedere attraverso le
tenebre, ma di osservare la tenebra stessa.’
E
poi, lamentandosi della polvere asfissiante all’interno della
cavità, “Ceterum etiam si
locus haberet lucem, pulvis auferret (…) quid illic, ubi in se
volutatur et, cum sine ullo spiramento sit inclusus, in ipsos a
quibus excitatus est recidit”:
‘Del
resto, anche se il posto fosse illuminato, l’oscurerebbe la
polvere (…) si avvolge continuamente su sé stessa, e poiché non
c’è nessuno spiraglio dal quale possa uscire, ricade su coloro
che l’hanno sollevata.’
Da
notare come la Cronaca di Partenope riporta il brano succitato come
appartenente alla ‘Epistola
Tertia’, riferendo altresì che Seneca, parlando della grotta,
la avrebbe chiamata ‘Alphe’.
Alfredo
D’Ambrosio (v. bibliogr. , pgg. 124 segg.), senza proporre
riferimenti bibliografici, ci informa che Cocceio Aucto si limitò a
rimaneggiare un cunicolo preesistente (l’autore cit. risale nel
tempo ancora di oltre due secoli, e pone lo scavo originario al III
secolo a.C.), rendendolo la “Crypta Neapolitana” più agevole
dal momento che in alcuni tratti la volta era tanto bassa da
costringere i viandanti a chinarsi per non urtare la testa (così
almeno sembrerebbe da Petronio Arbitro, Satyricon
: “… nisi inclinatos non solere transire cryptam neapolitanam.”
Tale verso è stato diversamente interpretato in A. Maiuri, cit. pag
36.)
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Antonio, Cronica di
Partenope, S.E.N., Napoli 1974;
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dei luoghi antiqui di Napoli e del suo amenissimo distretto,
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Virgilio Marone, Tutte le
opere, Sansoni, Firenze 1989;
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Greco-Romana, Colonnese, Napoli 1996;
-
Dattilo
Vincenzo, Castel
dell’Ovo, storia e leggende di Napoli, Treves, Napoli
1963;
-
De
Simone Roberto, Il segno
di Virgilio, Az. Autonoma Cura, Soggiorno e Turismo di
Pozzuoli, Sezione Editoriale Puteoli, Pozzuoli 1982;
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la magia nella tradizione italica, Biblioteca di Storia
patria, Roma 1970;
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Storia di Napoli, S. E. Storia di Napoli, Napoli 1967
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Carratelli Giovanni, Il
mondo mediterraneo e le origini di Napoli, vol. 1, pgg. 97
segg.;
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italiane: il duecento, il trecento.
Garzanti, 1982;
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AA.
VV. Giovan Battista Della
Porta nell’Europa del suo tempo. Ed. Istituto Suor Orsola
Benincasa, Napoli, Guida 1986, pgg. 273, 274 in nota;
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Seneca,
Lettere a Lucilio.
Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1992.
-
D’Ambrosio
Alfredo, Le vie di Napoli
antica nella città moderna, Mario Miliano Ed., Napoli 1972
-
Maiuri Amedeo, Epicedio
napoletano, Napoli 1981, Ed. Loffredo
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